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La lettera d’amore più bella dell’anno PDF Stampa E-mail
Scritto da giulia muraro   

La lettera di Rolando D'Alonzo, vincitrice del concorso nazionale "Lettera d’amore"

fermo_il_tempo.jpgTi scrivo dopo così tanti anni che quasi una vita se n’è andata e tu, forse, non ci sei più.
O, se vivi ancora, non sarai certo quella di una volta, con le fulgide chiome che mi svegliavano dopo vaste notti, scivolando lievi sul mio viso, con i tuoi canti che alleviavano le mie tristezze, accendevano le mie gioie, rendevano precise le mie riflessioni.
Io accordavo gli strumenti, tu distendevi il bisso, preparavi gli aromi. Quali ebbrezze mi avvolgevano non appena la brace ardeva nella fornacella e per la cucina aleggiavano, morbidi, gli odori dell’orzo, del latte, del pane fresco!
Avrei dovuto inviarti questa lettera in tempi meno bui, quando il senso della familiarità e della gratitudine si sarebbe potuto misurare quotidianamente attraverso lo scambio disinteressato degli slanci, delle ritrosie, delle timi-dezze, degli azzardi temerari che hanno accompagnato la stagione migliore di ognuno di noi.
E darti mie notizie molto prima, quando sarebbe stato ancora possibile tramutare desideri e speranze in colori di altre albe, di altri crepuscoli, in ore senza durata, giorni senza ore, calendari senza giorni.
Adesso farei bene a indirizzare la presente alla Circoscrizione comunale o al Comitato di quartiere, se lì dove sei già sono stati costituiti. Ma preferisco invece affidare i fogli all’aria tiepida del tramonto, allo stridìo delle rondini che da lontano tornano veloci ai nostri balconi.
Ricordi i lunghi, struggenti mattini estivi? I nostri puri mattini sprofondati nell’azzurro e nella solitudine?
Io e te ci guardavamo negli occhi, senza bisbigliare una sillaba, senza un tremito, senza un brivido di incertezza, di ansia, di paura. Era come se avessimo un’anima sola, spiegata sui pini del terrapieno, sui pioppi del cortile scolastico, sulle siepi di mortella, sulle fronde delle acacie, in un tripudio di essenze e di pigolìi nascosti.
Un solo corpo robusto e fremente, il nostro, che poggiava il capo sull’a-renaria arsa, i piedi instancabili sui mattoni rossi della caserma, in una si-nuosa distesa di ocra, di verde e di lenzuoli bianchi.
E le notti di gennaio, quando la neve turbinava contro le nostre finestre?
Tu, assorta in chissà quali pensieri, raccoglievi le lunghe ciocche davanti allo specchio offu-scato di quelle vecchie porte e, tacendo, mi facevi intendere che la tua mente tornava talvolta laggiù, oltre l’orizzonte marino, nei Balcani.
Non potevi dimenticare il triste passato, cocenti ancora ti erano le disgrazie patite, le torture inflitte alla tua gente pacifica e fiera. Eppure quel passato rendeva eroica, più misteriosa e incomparabile, la tua bellezza.
Nel tuo sguardo perdevo ogni riferimento meschino, ogni improvviso, inevitabile impulso di egoismo.
E quando, durante le lunghe gelate notturne, il lupo scendeva dalla Maiella e si faceva sentire per la vallata, tu mi ponevi benigna il viso sul petto e con quelle labbra vellutate di rosa fugavi ogni mia paura, ogni mio dubbio volgevi subito in riso e in gioco.
Adesso accanto a te vi sarà qualcun altro, più meritevole forse; a lui avrai donato te stessa, come facevi a quel tempo con me, senza risparmiarti, senza mentirmi una volta sola, pronta sempre ad accendermi le idee, a favorire i progetti più impegnativi, ad accompagnare con un sorriso ogni fuga.
Al mio ritorno eri lì, subito disposta ad accogliermi col tuo affetto, con il tuo perdono, con le tue esaltanti promesse. Per anni me ne sono stato via, senza una giustificazione plausibile, senza un’accettabile confessione. Nonostante questo mi sentivo innocente e libero, perché in un modo misterioso tu mi eri sempre vicina, specialmente nelle notti d’estate quando, con lo sguardo assorto a scrutare le costellazioni dell’Orsa e di Orione, capivo di essere restato sempre tra le tue braccia, alla maniera di un caro vestito riposto nell’armadio, o di un vuoto che arricchisce la convessità di una bella statua di marmo.
Tu, cara, sei stata sempre mia, ed io non sempre l’ho meritato. Hai condiviso, senza la minima esitazione, le mie scelte difficili, hai giustificato le mie avventure nel mondo e, anche se non ero davvero quel gran marinaio che davo a intendere o quell’artista che pur volevo diventare, mai un’ombra d’amarezza ha turbato la tua fisionomia affettuosa. Adesso, tra le tue preoccupazioni, ricordarti di me ti farà forse un po’ sorridere, e per un attimo solo. Ci sono per te figli e nipoti cui por-gere la mano e raccontare storie della vita.
Qualche compagno invecchierà paziente accanto a te, passeggiando nel pomeriggio lungo quei caseggiati gialli, anni Venti, e ti parlerà di altri approdi, di altre case dove le madri cantano a lungo, dove le lampade a olio restano sempre accese dinnanzi alle foto degli assenti. Io però voglio egualmente mandarti queste righe perché, come dice Josif Brodskij: tu sei la donna ” venuta prima”, la mia Musa, il tuo volto è quello della mia anima.
Ci siamo visti la prima volta in una notte di dicembre dell’anno Millenovecentotrentotto, quando, a causa delle Leggi Razziali, ti avevano già malignamente sottratto fratelli e amici.
Eppure tu continuavi ad allevare ed educare figli con l’amore, la tenacia e la prodigalità delle donne di Tracia, con la sollecitudine e la saggezza delle spose dei cavalieri del deserto.
Mi resterai nel cuore come il fiotto più caldo e vitale del sangue, conforto delicato e grande nell’ora dell’ultimo viaggio, tu, mia cara via d’Aragona, che ora te ne stai quieta, abbandonata nella piccola, negletta periferia, le mani sul grembo stanco, a nutrire altre tenere labbra, a far sognare il viso attonito di altri fanciulli, ad indicare in alto la corsa inarrestabile delle nuvole, la mutevole trasparenza del cielo.
Rolando D’Alonzo
 
 
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